Chiedi alla sabbia

L’uomo cantava, lo sguardo aperto e il passo deciso verso la meta.

C’era riuscito, ma era stato sul punto di non farcela, pieno come s’era riempito di “impegni” e militanza in ogni giorno libero dal lavoro. Quella volta, però, si era protetto, aveva silenziato il telefono e, anche se l’aveva controllato più volte, nomi, gruppi e sigle l’avevano lasciato indifferente.

Non era disinteresse, anzi, ma che ci si impegna a fare con gli altri se poi si trascura la propria famiglia? E lui era lì per questo, per testimoniare, riconoscere e informare di ciò che gli stava accadendo la persona che l’aveva reso prima necessario, poi possibile.

La strada era paciosa, sonnecchiava del dopo pranzo domenicale, con le poche macchine lente e inclini a lasciar passare; dall’altro lato il mare si presagiva nell’odore dell’aria e dal rombo sommesso del suo moto, celato alla vista dall’alto canneto che svettava sulla sommità dell’erta da discendere per arrivare alla spiaggia.

Era un bel momento quello, pieno di anticipazione e di aspettativa, in cui i bambini iniziavano a scommettere l’altezza delle onde e a strappare promesse ai genitori, l’ultima chance prima della litania delle regole studiate a non farli scottare, allontanare, esagerare.

E ora, per lui, un tuffo nel silenzio che si creava lasciata la strada, entrando nell’ombra del canneto, scendendo di quota sulla scalinata in cemento, curata e abusiva al tempo, che portava sia allo stabilimento che alla spiaggia libera, non svelandola che all’ultimo passo, insieme al mare.

Perfetto, aveva scelto bene l’ora e l’aveva favorito il giorno, coperto di nuvole alte che segnalavano la stagione, la spiaggia era tutta sua e il senso di spazio, di cielo, di immenso lo pervase di colpo. Era venuto a trovare e avrebbe trovato, era lì per chiedere e sarebbe stato esaudito, non ebbe più timore, la strada era tracciata e doveva solo percorrerla, non era una formalità, ma sentiva che non ci sarebbe stato rifiuto.

Avanzò senza fretta, sentendo a ogni passo il suo peso muovere la sabbia e creare l’impronta che avrebbe ricalcato tornando. Si fermò al bunker, il gigantesco dado in cemento con la targa che lo collegava all’ultima guerra, combattuta anche su quelle spiagge. Per lui solo un buon punto di riferimento per sapere dove era stato. Per posare la giacca e le scarpe, liberarsi dei pantaloni e affrontare quell’acqua autunnale, che già il sole arrossava il tramonto spandendo una luce radente sull’onda appena increspata, bonaria.

Entrò deciso e andò a fermarsi sul ciglio della secca. Lì l’onda si alzava incontrando il gradino e si imbiancava rappresa, per poi sciogliersi oltre le sue gambe. Era il momento di recapitare il suo messaggio.

Si chinò, raccolse l’acqua dalla cima dell’onda e se ne riempì la bocca. La tenne con sé, fino a scaldarla, poi con uno zampillo, la restituì al mare. Guardò ancora in silenzio il gioco della luce sulle onde, finalmente ripensò a quando, in cento, avevano formato quel cerchio di affetto per dare a quell’acqua il suo corpo; quale donna era stata più amata? Quale cerimonia funebre aveva miscelato al pianto tanti canti e risa?

Ora, anni dopo, lui veniva a dirle che un’altra donna lo sapeva scaldare, ma che il suo amore non sarebbe cambiato. Era un messaggio, ma conteneva una domanda, era una decisione, ma desiderava un lasciapassare. Lasciò scorrere ancora lo sguardo sul blu increspato di luce che lo circondava, poi ritornò alla riva.

Già sulla spiaggia si girò al mare, con il cuore sospeso, ora che tutto era fatto non era sicuro che avesse avuto senso.

Poi l’onda si allungò veloce e lasciò ai suoi piedi una piccola conchiglia rosa.

E’ proprio fantastica

Ho letto Cattedrale, di Carver, che poi vorrà dire cesellatore, in qualche modo, comunque non avevo mai letto nulla di suo anzi lo confondevo con Chandler, che è pratico quanto lui, ma scrive gialli e non alza mai la testa dal piatto, per così dire.

Carver invece lo fa, ma prima ti disillude, non ti ci fa credere, ti convince che questo c’è: il piccolo dialogo, l’imbarazzo beota, la meschina paura dell’altro, il disagio di non comunicare perché non si sa proprio come farlo, d’impianto. È qui, quando è certo che anche il lettore più speranzoso ha accettato il suo destino, quando ti ha convinto che non ti puoi aspettare altro dai suoi personaggi e sei come di fronte a Sordi quando fa il pianto misero ed egoista per non pagare il prezzo della sua pavidità, che Carver ci spiazza.

Ho visto il Vecchio marinaio di Coleridge, maledetto, con l’albatro putrefatto intorno al collo, nella nave allo sbando, con i compagni morti e la Morte che arriva, guardare finalmente i serpenti marini che lo perderanno e riconoscerne “inconsapevolmente” la bellezza. Ho visto il cosmo accogliere questo sguardo nativo, partecipe, senza finalità e rifiorire acquietandosi. Così si è salvato il Vecchio marinaio, così si salva il personaggio di Carver alle prese con il suo incontro con l’altro e l’altrove.

E Carver lo costruisce con un passaggio stupefacente in cui la parola perde il Trono e l’immagine stessa scompare e tutto si fa tatto e corpo e movimento, religioso, si, non perché parla di chiese, ma proprio perché riunito, connesso, intero. Tra due persone fuse in uno sforzo, acciaccato e balbettante (su una carta del pane, poi!), che si fa fluido e sboccia in una danza, accolta e condivisa, quando i due “perdono i sensi” e si ritrovano, entrambi, senza vista, restituendo ai soli gesti il compito della rappresentazione e della comunicazione.

La conduzione si fa doppia e passa dall’uno all’altro e quello che voleva essere una spiegazione diventa una doppia descrizione e da architettonica si fa evocativa, spirituale, quando le mani che guidano i gesti sono ormai quelle di chi l’oggetto “cattedrale” non l’ha mai visto, ma può, con lo spirito proprio dell’umano, partecipare a rappresentarlo nell’essenza.

 Ed è struggente, e totalmente convincente, la sbigottita e commossa partecipazione del padrone di casa che, forse per la prima volta, si è avventurato in territori dove non aveva mai pensato di mettere piede.  

Ma ora ci si vuole attardare e non spezza l’incantesimo, non controlla. Sente.

E rassicura il cieco, confermando l’esito della loro fatica: “È proprio fantastica”, garantisce, tenendo chiusi gli occhi.

foto: particolare dal reportage di @evabarbera

E Buon anno, ancora

Giorni d’anno, carichi di senso, fatti nuovi da una scelta, detti nuovi da un processo, tutto umano, che rispecchia i cicli e li nomina. E il potere del nome è forte, ma è cultura, e la forza del ciclo è grande ed è natura. L’indefettibile si fa nominare, indifferente, ma quella differenza, tutta umana, genera differenze e le accumula.

E così, un giorno tra i tanti diventa principio, e un altro, precedente, la fine. La fine genera il principio e il senso dell’aldilà si fa terreno e agisce su di noi come profezia.

Chi ha il bene del passaggio è pronto a fare promesse per meritarselo. Lo spettatore assicura silenzio e cellulare spento, il sopravvissuto molto di più. Cambierà i suoi modi, pulirà il linguaggio, affinerà gli obiettivi, si comporterà come sempre ha voluto: con onestà e trasparenza. E’ un giorno qualunque, ma si fanno voti, si mandano auguri, si ricevono rivelazioni.

E allora partecipiamo mansueti a questo clima di festa, diciamo anche noi il nostro giubilo di esserci ancora e impariamo da questo giorno fragile la fragranza della fiducia, l’emozione dell’apertura, la gioia del rinnovamento.

Perché ci sono tanti suoi fratelli a cui questo non va negato e il passo richiesto non è quello dello sprinter, né del saltatore di ostacoli. È un passo apparentemente meno eroico, ma più ecologico, e anche meno esuberante, ma più tenace, fuori dai riflettori per la gran parte del percorso, ma dentro il mito per la vita. Ci serve il passo del fondista, la costanza del maratoneta.

Me la auguro, ve la auguro.

Giacchetta scolorita, pantaloni spiegazzati

“La più grande disgrazia dell’arte russa è che
non le si permette di muoversi organicamente,
come fa il cuore nel petto dell'uomo:
viene regolamentata come il movimento dei treni. 
V.S

A vent’anni ero nel ’77, a quell’epoca il tempo non scorreva in anni, ma in scarti, esperienze, scoperte, ognuna con un carico emotivo di immediata reazione o lento rilascio, con conseguenze dissipate nell’attimo o che avrebbero informato una vita.

Con i Cemea non abbiamo solo giocato, suonato, cantato, danzato, abbiamo anche letto (e scritto) molto e a più riprese, tanto che il capodanno a Levone con lo stage di ”Lettura” o di “Scrivere e parlare in pubblico” era diventato una consolidata tradizione. Cecrope ci invitava a pascolare tra i libri, brucare pagine aperte a caso, praticare l’erranza e la meraviglia. All’epoca non potevamo sapere che quel clima di libertà ERA il messaggio e quello che trovavamo errando ci lasciava suggestioni profonde e illuminanti. Per me fu questo testo, l’introduzione a “La mossa del Cavallo” di Victor Sklovskij, di cui non sapevo nulla e che non sapevo neanche inquadrare nell’intento critico con cui la stessa casa editrice presentava il testo, a lasciarmi dentro un segno che ancora oggi sento significativo.

Sklovskij è vestito male! é piccoletto e sciatto!! non ha bisogno di scuola!!! Serve che commenti il grado di immedesimazione?! E non si affida a strumenti pregiati, ma osserva il contesto, lo respira, lo anticipa. Come non restare fulminato dalla descrizione di un mio simile, che possedeva compiutamente tratti che già all’epoca sentivo vicini e a cui sono rimasto fedele nell’intimo?

Victor tira pure al piattello!, il tiro con l’arco dell’occidente, che per noi pescatori di piattelli della Baia di Torre Suda è un plus, anche se, quando ci immergevamo per lunghe ore a recuperare i piattelli interi sul fondo della baia, per poi regalarci sontuosi gelati con i proventi della riconsegna, i nostri preferiti erano i tiratori scarsi piuttosto che gli infallibili.

Victor ha un rapporto giocoso con i suoi bersagli, c’è un’allegria nella sfida, c’è una poesia nel confronto, che ricorda la meraviglia estatica di Ginsberg quando osserva grato “la porta dell’armadio, rimasta aperta, gentilmente aperta, proprio come l’avevo messa io”.

E scrive di cavalli, di mosse oblique, interstiziali, musica per noi moto/scooteristi, che solo con queste ci muoviamo, facendoci strada oltre l’ostacolo, trovando un sentiero oltre l’ingorgo, a volte anche scavalcando il piano esplicito delle questioni provando a inquadrarle in meta-livelli logici di più ampio respiro.

Insomma, per il compleanno di quest’anno me lo sono riletto, nella copia che grazie a Michela mi è saltata in mano, dopo decenni di ricerche e ve lo rilancio con un ché di immedesimazione e di speranza.

Arriva in pedana Sklovskij. Pochi lo conoscono. Piccolo, giacchetta scolorita, pantaloni spiegazzati. Cava di tasca con calma due cartucce, piega le canne della doppietta, ci soffia dentro, riporta le canne, con uno scatto leggero, a posto, considera l’arma da una parte e dall’altra, con gli occhi sembra cercare qualcosa per terra, quasi di malavoglia dice: Ready! Tenendo il fucile penzolante, uno strumento di cui non sa bene cosa fare.

Ma al momento del Pull! L’arma imbracciata, il fragore squarciante delle detonazioni che si coprono, le briciole dei piattelli che si polverizzano non si distinguono. Sklovskij, tranquillo, guarda con aria assorta qualche momento il fucile, lo riapre, dà la sua soffiatina propiziatoria nelle canne, cava dalle saccocce altre cartucce, ripete le operazioni. Due piattelli si sfarinano per aria prima ancora di frullare via; e così continua sino alla fine del game.

Sembra che non abbia bisogno di mirare. I dischi di catrame si dirigono obbedienti dove si sta aprendo la rosa di pallini. Si è mai visto un tiratore di quella qualità? Più rapido, preciso, elegante nella sprezzatura, sornione, con quell’abbigliamento da bracconiere, i movimenti impacciati, l’arma di vecchio modello?

I privilegiati in ghette, camoscio, cammello, che hanno in pugno la carabina a ripetizione firmata, l’arma infallibile, magari l’esemplare unico, non si capacitano di quella prestazione.

È solo questione di razza. La scuola conta poco, se pure c’è stata, il fucile ancora meno. L’intelligenza comanda all’occhio, al polso, ai bersagli: che si disgregano docili, allegri. Non c’è angolo, non c’è direzione che tenga di fronte a quell’intelletto dall’accensione fulminea.

Spezzone di un film miracolosamente conservato, questo libretto ci mostra il giovane Sklovskij sulla pedana di una Pietroburgo bloccata: il lettore individuerà da sé i bersagli contro i quali lo scrittore indirizzava i suoi colpi. Dopo Sklovskij, da mezzo secolo, nessuno, in Russia, li ha centrati così bene. G.Z.

Prefazione a “La mossa del Cavallo” di Victor Sklovskij – Collana Dissensi – De Donato Ed. – 1967

Per Laura, che è nata nel 60

Quest’anno chi è nato nel 60, compie gli anni del suo millesimo. E per alcuni servirebbe il condizionale.

Tu, amore, ti sei defilata prima e l’ultimo compleanno l’hai soffiato a cinquantasei anni, e ora già ti vai trasformando in “qualcosa di ricco e di strano”, come direbbe Ariel, nell’universo e nei nostri cuori. C’è la vita oltre la morte!? Dico si. Ogni giorno gioisco e combatto di questa incomprensibile consapevolezza: ci sei, sei qui, non solo intorno, ma dentro, non solo pensata, ma attiva, non solo persa, ma viva.

Guarda che foto che è ricicciata (cit. RdC), siamo al Fenix, senz’altro un compleanno, una festa delle nostre, con gli amici a scaldarci e a bavardare. E tu qui sei splendente, con le tue mise sciacquette, di capi presi alla bancarella a “due lilleri” (il tasso di cambio con gli euro però non è mai stato determinato) ma hai le collane delle grandi occasioni, quelle di spago e nodi, di plastica colorata, di legnetti…

E mi guardi

Con quella piega del collo che ti fa la bocca storta (anche a te!) aperta all’indietro con quel gesto così tenero e così spavaldo, tutto tuo, che se lo rifaccio mi ti sento addosso e mi travolgi. E io ti fisso, con le mani in mano, qualcuno che ha cominciato una scena che non sa bene come continuare, che si è lanciato sul palco e poi ha scordato perché ci è salito, uno sfrontato, che con quello sguardo ritocca terra e trova appoggio, che con quello sguardo si completa e salva.

Mi piace parlarti, dirti quello che hai sempre saputo e informarti, così, senza parere, che quelle cose anche io le sentivo e se con te vicino non mi serviva esplicitarle, con te dentro mi si sono chiarite e ho rivissuto quello che eravamo e con pazienza, curiosità e dolore l’ho ricompreso e detto e ora lo scrivo, per gratitudine e segno di rispetto.

Perché essere stato tuo mi si rivela ogni giorno di più in un privilegio.

Io ti ho inseguito, si, ma chi si è sciolta sei tu, capelli e vita, sorriso e abbraccio, fiducia e amore. E quello che ne è nato è vivo e pulsa e splende e cresce e canta! una fortuna. Una gioia! Una luce che da quel pozzo nero in cui sparisti da troppo tempo ormai, si fa strada e rischiara e porta frutto e chiama a nuova vita. E, ancora, salva.

Ce lo diciamo con Clara, la splendente, la figlia foglia che ci unisce e tiene. Lei che ti sogna, che ti parla e che mi chiede la voce di sua madre, il suo consiglio. E mi guida a cercarti a ritrovare in me le tue parole il guardo tuo. E a porgerle con la voce di padre le cure di sua madre, a farmi ponte, per qualcosa che è suo e non può mancare e che così ci lega e ci rafforza e ci dà l’occasione di parlare. (parlo di me e di te, ma anche di lei!)

Insomma chiuderesti i sessant’anni, ma non invecchi e in più ti dai da fare, ci brilli dentro e mi indichi la strada, mi dai permessi, mi schiudi il cammino. Sei sempre e comunque la nostra “maestra di felicità”.

E Clara ti manda questo: leggo le parole di papà e come sempre, piango.

Ho perso il portafogli, e con esso il tuo post-it “A Clara, la mia figlia bella, il mio ragno di sole”, ho pianto in bici per strada all’idea di quel post-it lontano da me. Poi ieri ho trovato una tua lettera e un altro post-it, un altro minuscolo pezzetto di carta che racchiude un amore immenso. Ringrazio sempre di avermi regalato una famiglia in cui spago e carta simboleggiano amore eterno.

Ti voglio dire che c’è più pace in me quest’anno, sarà la cifra tonda, sarà che ho finalmente iniziato a cercarti nei miei toni e nelle mie mani, piuttosto che fuori. Papà ha iniziato prima di me e ora mi mostra un pezzetto della via, mi consola e ci divertiamo a trovarci negli stessi problemi a due età così diverse.

È il tuo compleanno, ma come sempre il regalo ce lo fai tu, amandoci, facendoci amare.

Dentro di me

Laura dolce, oggi ho avuto una splendida conferma: Sei con me! Mi sei dentro, ti sono intriso, ci siamo congiunti. Non mi stai accanto, è un’altra cosa. Siamo.

Non l’avevo capito bene, e ancora è una notizia dall’esterno, una cosa che mi è stata detta e che ho bisogno di tempo per assorbire. Ma quando l’ho sentita, improvvisamente ho pianto, e questo mi dice molto più che le parole.

Inoltre, sono giorni che ho tirato giù questa tua fotografia e che ti ammiro; dev’essere un Natale dai cugini, o forse no, che sei vestita di cotone e questo non torna, ma è fuori casa e secondo me la foto te l’ha scattata mamma e questo invece ha un significato grande.

La tua faccia in questa foto è splendida, non ridi e guardi altrove, ma sei assorta, segui una conversazione, sei a tuo agio con una bella collana di spaghi e nodi, e i tuoi cerchi leggeri a mettere un brillio nella massa scura dei capelli, quanti!, che sono lunghi e hanno quel bell’inizio di “argento rivendicato” per usare la perla di Gerardo.

Mi piace tutto di questa foto, lo scollo a barchetta della maglia, l’anellino che hai al dito (ma è la destra, cosa ti dovevi ricordare?) la mossa spettacolare con cui appoggi il viso alla mano e quella bocca socchiusa così espressiva e amata. Devo dire che il Bambino Gesù era dalla tua parte, e come ti ha ascoltato quando gli hai cantato “fammi crescere i denti davanti”! Sono sempre stati un tuo tratto caratteristico, un po’ conigliesco e che ti dà tanta, tanta luce.

E poi i tuoi occhi, mi strabiliano: belli, diretti e comunicativi, con cui mi hai ammaliato una volta e fulminato a centinaia. Beh, che ti devo dire, sono giorni che sposto qua e là la tua foto,  per tenerti vicina e sono giorni che ti voglio scrivere. E oggi è il momento, che c’è altro da dirti: non sei da sola!

Insieme a te, e tutta intera, che lo sai è sempre stata autonoma e indomita (come vi somigliate!) c’è mia madre Anna. L’ho sentito nel cuore, è così.

Ché papà ce l’ho a fianco e me lo ritrovo in come mi muovo nel mondo, se mi guardo le mani, se mi sento parlare.

Ma a te e a mamma è da un po’ che non vi vedevo e l’impressionante notizia che mi è arrivata è tutta qua. Vi siete andate a mettere dove è più facile avervi vicino, ma dove è impossibile avervi accanto: siete me, vivete dentro di me.

Con tatto

Ci vuole tanto tatto oggigiorno. E va messo in circolazione senza paura. Tatto con gli occhi, con il cuore, con le parole con i pensieri. E le opere. Ci vuole tatto, per sopperire, per regalarci quell’emozione che il contatto ci nega o rarefà. Sappiate, uomini, che senza il contatto non lo siamo più. Che solo la mano ci ha fatto quello che siamo e la mano non parla e non sente, non vede e non gusta: TOCCA.

Quello che siamo lo dobbiamo al tatto e al toccare. L’uomo, potremmo dire, è tutto un tatto. E oggi questo va messo nel conto e ci deve guidare alla riscossa. Al riscatto, del contatto, con tatto.

E allora scegliete, con cura, cosa e come, fatevi un piano, metteteci testa, ma agite. Sarà una foglia? Una lettera? Una moneta? Ma sarà vostra cura e senso di comunicarla ad altri ed altre della vostra comunità.

Scrivete un saluto alla vecchietta del piano di sotto. Date un sostegno all’acrobata del semaforo. Portate una foglia al vostro nipotino, di quelle cangianti che la stagione ci regala. E giocate a toccare i vetri delle macchine, sorridendo a chi c’è dentro, nulla di più innocuo, ma anche tutto di significativo.

Spazziamo via la distanza sociale, creiamo ponti per la fratellanza consapevole. Possiamo fare di più. Facciamo un pane per chi vuole condividerlo. Suoniamo una canzone e chi ama ascoltarne. Mettiamo l’acqua ai fiori. Mettiamo i fiori sui parabrezza delle macchine. Impicciatevi delle vite degli altri, occupatevi dei destini di chi non ne vede più, per sé e per i propri cari. Ce ne sono, sono vicini, o siamo noi, o siamo in mezzo a loro.

Se diamo retta alla “distanza sociale” gli unici a cui ci affidiamo sono i media. Ma se rispettiamo le distanze fisiche, allora chi ci appare sono i nostri simili. E agli specchi si sorride sempre.

Francesco, come si fa chiamare, ha scritto una cosa potente: “C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana. I rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un’amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura nel tempo, hanno un’APPARENZA di socievolezza. Non costruiscono veramente un “noi”… La connessione digitale non basta a gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità.” L’ha scritto al capoverso 43 dell’Enciclica “Fratelli tutti”.

Io ci leggo questo: Non vi negate all’altro, non vi isolate nella paura, non vi chiudete in una sicurezza che vi rende meno che umani.

Comportiamoci bene, rispettiamo le regole, svegliamoci presto e andiamo a letto con il sole, nessuna resistenza. Ma è quello che facciamo da svegli che fa la differenza. E la ricerca, con tatto, è a non perdere il contatto con la nostra umanità.

Voglio scrivere della gioia

Voglio scrivere della gioia

Della gioia travolgente che ti riempie il petto e ti strazia, di quella che non trova le parole e si manifesta con il pianto, quel pianto totale, bambino, tempestoso che gonfia l’onda e trabocca, esplode, distorce il volto e spezza il fiato, singulta, geme.

Il pianto può essere bello, si.

E quando arriva si sradica dalle viscere e sgorga impetuoso trasportando gemme e scorie trovate per via.

Non c’è segnale, è una tempesta a cielo terso, oppure se c’è è un attimo: nasce in quel suono, luce, rumore di fondo, in quella situazione ignara come te di ciò che rappresenta e contiene. Ecco, il pianto non si fa contenere, emerge incontrollato e svetta, svalica, sommerge. È cima e valle, alveo e cresta e, come sia sia, va oltre e spazza.

È una gioia ‘sto pianto, per quello che dice di te, di me, di quello che c’è e di quello che è stato; di come è presente il passato, di quanto è connesso il vissuto.

Il pianto non ha nostalgia. È un messaggio di amore e congruenza. Afferma che quello che c’è è stato, e quello che è stato, c’è.

C’è gratitudine, e generosità in queste lacrime; forse esuberanza. Un’ignara esuberanza, tenerissima, innocente e perciò sacra, che ti viene di coccolarla per quanto è fiduciosa di poter esistere così, senza difesa, solo per la gioia di esistere e di testimoniare.

E forse quello che è sacro non è la gioia, che a volte è prepotente e perfino tracotante, nella sua presunzione di essere ben accolta. È sacra la fragilità che mette in mostra. È lì che l’esporsi si fa indomito, è lì che senza forza si ha pienezza.

La fragilità, un tabù per lo stereotipo maschile, un must per quello femminile, tanto da essere il primo tratto negato per le donne in carriera, che con l’icona maschile devono confrontarsi e misurarsi. Eppure la fragilità è un valore e un bene prezioso per ciascuno, perché ha a che fare con il nucleo della nostra essenza, è grazie a lei che “il forte apre al dolor le porte del cor come ad amico e a consultar s’avvezza il consigliere antico d’ogni umana saggezza”.

Noi qui in occidente volentieri lo scordiamo, ma la fragilità è la cifra del nostro restare umani. Accogliamola.

Fluttui libera nel mare amico

Tre anni, amore, c’è distanza, ma pulsa l’emozione. Si dice “polvere sei e polvere ritornerai”, ma le sirene hanno un altro detto e tu, a giugno di tre anni fa sei ritornata al mare. Per ricordarlo abbiamo pensato di scriverti insieme io e Clara, a rassicurarti che la nostra famiglia esiste sempre e che hai generato relazioni che si tengono insieme e fluidamente.

Ci pensi a quel giorno? Onde di emozioni riunite da vicino e lontano, con il pudore del pianto e il coraggio del riso, con la pelle e gli occhi a parlare, per tutte le frasi che a dirle non si tengono in piedi. Tanta gente, tanta, ma non a consolare noi, a salutare te. Perché come dice Clara e come sento io, tu sei di tante persone e, anche volendo, non potevamo agire da egoisti.

La libertà che ci ha dato averti lasciato in mare! Sei vasta come il mondo, ci sei vicina in ogni bagno che facciamo e ai nostri compleanni per abbracciarti ci basta andare all’acqua.

E l’acqua ci commuove, e anche si muove e ci culla e accoglie, e permette alla vita di continuare a giocare e sorriderci e ci innamora.

Sei con noi, come noi siamo stati con te, e ci ridiamo con Clara e lei fa la saggia stupendo i suoi amici con le tue massime e rassicurandosi con un tuo consiglio.

Hai saputo costruire una filosofia con il tuo bicchiere mezzo pieno e Clara se li porta appresso fin dall’America e si stupisce di quanto si possa ridere pensandoti.

Qui sotto riportiamo, così com’era, il commento alle foto che pubblicammo su facebook:

Ecco, sabato 3 abbiamo aggiunto un altro tassello alla nostra storia. Un passaggio necessario, condiviso con chi ha potuto, con i tanti, tantissimi che sono riusciti ad esserci, e che sono sempre pochissimi rispetto a chi ci ha seguito con il cuore, anche se è dovuto restare lontano. Te ne parlo oggi, che sono 8 anni da quando abbiamo voluto sposarci, anche se erano già 20 anni che vivevamo insieme e già Clara era la nostra stella in giro per il mondo.

È la storia di una condivisione, di un tentativo di cerimonia collettiva, di un farsi gruppo intorno all’amore per te, condiviso con chi hai amato, emozionato, accolto, consigliato, guidato. Con i tanti e le tantissime che hanno sentito il tuo sguardo complice accompagnarle nelle prove della vita, hanno goduto della tua parola schietta, temuto il tuo giudizio, atteso, non invano, un tuo consiglio.

Era una tappa necessaria, per restituire a ciascuno la propria Laura, quella che ognuno ha vissuto in modo originale, nel rapporto desiderato o vissuto, nell’amicizia, nella fratellanza, nella parentela. io e Clara eravamo li, coinvolti come tutti, centrali, certo, ma non padroni, non esclusivi. Abbiamo cercato il modo di darci il tempo, lo spazio, le parole per lasciarti andare. Un modo tutto inventato, ma tutto vero, non ipocrita, non consolatorio, non delegato.

Siamo arrivati da ogni dove: Stati Uniti, Svezia, Francia, Ucraina, Trentino, Veneto, Lombardia, Liguria, Abruzzo, Lazio e chissà quanti altri posti e con gente di ogni età della loro e della tua vita.
E’ stata una giornata preparata a lungo, qui ce ne sono alcuni antefatti, ma nel cuore e nelle mani di ognuno ne potresti trovare molti altri, e anzi alcuni già stanno manifestandosi, in commenti, lettere, riflessioni che continueranno a raggiungerti per molto tempo.
E’ stata una grande grande emozione e ci sono stati canti, letture, poesie; come spesso ci accade il riso si è insinuato tra pianto e commozione, la gioia è sempre in agguato.

Nelle parole della tua vicina, Clara Secreto, suona così: “Bellissima, originale, straordinaria manifestazione per ricordare Laura…ciò che avrebbe voluto!!! …siamo sbigottiti per tutto ciò… nonostante il vostro dolore, composto e dignitoso, siete riusciti a dipingere con colori pastello l’assenza di una Grande Donna” Grazie

C’è una parola che ti ha sempre rappresentato, ce l’hai scritto chiaro e tondo: LIBERTA’