Con tatto

Ci vuole tanto tatto oggigiorno. E va messo in circolazione senza paura. Tatto con gli occhi, con il cuore, con le parole con i pensieri. E le opere. Ci vuole tatto, per sopperire, per regalarci quell’emozione che il contatto ci nega o rarefà. Sappiate, uomini, che senza il contatto non lo siamo più. Che solo la mano ci ha fatto quello che siamo e la mano non parla e non sente, non vede e non gusta: TOCCA.

Quello che siamo lo dobbiamo al tatto e al toccare. L’uomo, potremmo dire, è tutto un tatto. E oggi questo va messo nel conto e ci deve guidare alla riscossa. Al riscatto, del contatto, con tatto.

E allora scegliete, con cura, cosa e come, fatevi un piano, metteteci testa, ma agite. Sarà una foglia? Una lettera? Una moneta? Ma sarà vostra cura e senso di comunicarla ad altri ed altre della vostra comunità.

Scrivete un saluto alla vecchietta del piano di sotto. Date un sostegno all’acrobata del semaforo. Portate una foglia al vostro nipotino, di quelle cangianti che la stagione ci regala. E giocate a toccare i vetri delle macchine, sorridendo a chi c’è dentro, nulla di più innocuo, ma anche tutto di significativo.

Spazziamo via la distanza sociale, creiamo ponti per la fratellanza consapevole. Possiamo fare di più. Facciamo un pane per chi vuole condividerlo. Suoniamo una canzone e chi ama ascoltarne. Mettiamo l’acqua ai fiori. Mettiamo i fiori sui parabrezza delle macchine. Impicciatevi delle vite degli altri, occupatevi dei destini di chi non ne vede più, per sé e per i propri cari. Ce ne sono, sono vicini, o siamo noi, o siamo in mezzo a loro.

Se diamo retta alla “distanza sociale” gli unici a cui ci affidiamo sono i media. Ma se rispettiamo le distanze fisiche, allora chi ci appare sono i nostri simili. E agli specchi si sorride sempre.

Francesco, come si fa chiamare, ha scritto una cosa potente: “C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana. I rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un’amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura nel tempo, hanno un’APPARENZA di socievolezza. Non costruiscono veramente un “noi”… La connessione digitale non basta a gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità.” L’ha scritto al capoverso 43 dell’Enciclica “Fratelli tutti”.

Io ci leggo questo: Non vi negate all’altro, non vi isolate nella paura, non vi chiudete in una sicurezza che vi rende meno che umani.

Comportiamoci bene, rispettiamo le regole, svegliamoci presto e andiamo a letto con il sole, nessuna resistenza. Ma è quello che facciamo da svegli che fa la differenza. E la ricerca, con tatto, è a non perdere il contatto con la nostra umanità.

Voglio scrivere della gioia

Voglio scrivere della gioia

Della gioia travolgente che ti riempie il petto e ti strazia, di quella che non trova le parole e si manifesta con il pianto, quel pianto totale, bambino, tempestoso che gonfia l’onda e trabocca, esplode, distorce il volto e spezza il fiato, singulta, geme.

Il pianto può essere bello, si.

E quando arriva si sradica dalle viscere e sgorga impetuoso trasportando gemme e scorie trovate per via.

Non c’è segnale, è una tempesta a cielo terso, oppure se c’è è un attimo: nasce in quel suono, luce, rumore di fondo, in quella situazione ignara come te di ciò che rappresenta e contiene. Ecco, il pianto non si fa contenere, emerge incontrollato e svetta, svalica, sommerge. È cima e valle, alveo e cresta e, come sia sia, va oltre e spazza.

È una gioia ‘sto pianto, per quello che dice di te, di me, di quello che c’è e di quello che è stato; di come è presente il passato, di quanto è connesso il vissuto.

Il pianto non ha nostalgia. È un messaggio di amore e congruenza. Afferma che quello che c’è è stato, e quello che è stato, c’è.

C’è gratitudine, e generosità in queste lacrime; forse esuberanza. Un’ignara esuberanza, tenerissima, innocente e perciò sacra, che ti viene di coccolarla per quanto è fiduciosa di poter esistere così, senza difesa, solo per la gioia di esistere e di testimoniare.

E forse quello che è sacro non è la gioia, che a volte è prepotente e perfino tracotante, nella sua presunzione di essere ben accolta. È sacra la fragilità che mette in mostra. È lì che l’esporsi si fa indomito, è lì che senza forza si ha pienezza.

La fragilità, un tabù per lo stereotipo maschile, un must per quello femminile, tanto da essere il primo tratto negato per le donne in carriera, che con l’icona maschile devono confrontarsi e misurarsi. Eppure la fragilità è un valore e un bene prezioso per ciascuno, perché ha a che fare con il nucleo della nostra essenza, è grazie a lei che “il forte apre al dolor le porte del cor come ad amico e a consultar s’avvezza il consigliere antico d’ogni umana saggezza”.

Noi qui in occidente volentieri lo scordiamo, ma la fragilità è la cifra del nostro restare umani. Accogliamola.

Fluttui libera nel mare amico

Tre anni, amore, c’è distanza, ma pulsa l’emozione. Si dice “polvere sei e polvere ritornerai”, ma le sirene hanno un altro detto e tu, a giugno di tre anni fa sei ritornata al mare. Per ricordarlo abbiamo pensato di scriverti insieme io e Clara, a rassicurarti che la nostra famiglia esiste sempre e che hai generato relazioni che si tengono insieme e fluidamente.

Ci pensi a quel giorno? Onde di emozioni riunite da vicino e lontano, con il pudore del pianto e il coraggio del riso, con la pelle e gli occhi a parlare, per tutte le frasi che a dirle non si tengono in piedi. Tanta gente, tanta, ma non a consolare noi, a salutare te. Perché come dice Clara e come sento io, tu sei di tante persone e, anche volendo, non potevamo agire da egoisti.

La libertà che ci ha dato averti lasciato in mare! Sei vasta come il mondo, ci sei vicina in ogni bagno che facciamo e ai nostri compleanni per abbracciarti ci basta andare all’acqua.

E l’acqua ci commuove, e anche si muove e ci culla e accoglie, e permette alla vita di continuare a giocare e sorriderci e ci innamora.

Sei con noi, come noi siamo stati con te, e ci ridiamo con Clara e lei fa la saggia stupendo i suoi amici con le tue massime e rassicurandosi con un tuo consiglio.

Hai saputo costruire una filosofia con il tuo bicchiere mezzo pieno e Clara se li porta appresso fin dall’America e si stupisce di quanto si possa ridere pensandoti.

Qui sotto riportiamo, così com’era, il commento alle foto che pubblicammo su facebook:

Ecco, sabato 3 abbiamo aggiunto un altro tassello alla nostra storia. Un passaggio necessario, condiviso con chi ha potuto, con i tanti, tantissimi che sono riusciti ad esserci, e che sono sempre pochissimi rispetto a chi ci ha seguito con il cuore, anche se è dovuto restare lontano. Te ne parlo oggi, che sono 8 anni da quando abbiamo voluto sposarci, anche se erano già 20 anni che vivevamo insieme e già Clara era la nostra stella in giro per il mondo.

È la storia di una condivisione, di un tentativo di cerimonia collettiva, di un farsi gruppo intorno all’amore per te, condiviso con chi hai amato, emozionato, accolto, consigliato, guidato. Con i tanti e le tantissime che hanno sentito il tuo sguardo complice accompagnarle nelle prove della vita, hanno goduto della tua parola schietta, temuto il tuo giudizio, atteso, non invano, un tuo consiglio.

Era una tappa necessaria, per restituire a ciascuno la propria Laura, quella che ognuno ha vissuto in modo originale, nel rapporto desiderato o vissuto, nell’amicizia, nella fratellanza, nella parentela. io e Clara eravamo li, coinvolti come tutti, centrali, certo, ma non padroni, non esclusivi. Abbiamo cercato il modo di darci il tempo, lo spazio, le parole per lasciarti andare. Un modo tutto inventato, ma tutto vero, non ipocrita, non consolatorio, non delegato.

Siamo arrivati da ogni dove: Stati Uniti, Svezia, Francia, Ucraina, Trentino, Veneto, Lombardia, Liguria, Abruzzo, Lazio e chissà quanti altri posti e con gente di ogni età della loro e della tua vita.
E’ stata una giornata preparata a lungo, qui ce ne sono alcuni antefatti, ma nel cuore e nelle mani di ognuno ne potresti trovare molti altri, e anzi alcuni già stanno manifestandosi, in commenti, lettere, riflessioni che continueranno a raggiungerti per molto tempo.
E’ stata una grande grande emozione e ci sono stati canti, letture, poesie; come spesso ci accade il riso si è insinuato tra pianto e commozione, la gioia è sempre in agguato.

Nelle parole della tua vicina, Clara Secreto, suona così: “Bellissima, originale, straordinaria manifestazione per ricordare Laura…ciò che avrebbe voluto!!! …siamo sbigottiti per tutto ciò… nonostante il vostro dolore, composto e dignitoso, siete riusciti a dipingere con colori pastello l’assenza di una Grande Donna” Grazie

C’è una parola che ti ha sempre rappresentato, ce l’hai scritto chiaro e tondo: LIBERTA’

Una brutta storia da raccontarmi

Una storia di confinamento e di disorientamento che dura da più di un mese prima del nostro amato Lockdown.

O forse è proprio la storia di un lockdown, ma tutto mio, quello che mi ha rinchiuso dentro la mia vecchia casa. Quando ho separato casa grande da casa piccola per ospitarci Shadam e Nadia. Perché le due case si dicono anche di Claudio e di Laura e quindi quando ho chiuso il passaggio c’è stato qualcosa d’altro che non ho visto, ma che si è determinato e che tanto tempo ha lavorato sott’acqua senza parlarmi e farmi vedere che strada avevo imboccato.

”Imboccare” una strada, è un po’ come “nutrire” l’odio, non ci accorgiamo di quanto le parole ci mostrino le nostre azioni. Tu imbocchi una strada, la nutri, la fai grande e forte, la costruisci (come ci rivela Salgado) proprio percorrendola; ma se quella strada, lei, a te non ti nutre e anzi di te si alimenta, a poco a poco perdi le forze, il senso, l’orientamento. E ti ci ritrovi dentro, attorniato non sai più da che, tu che insisti e persisti, ma non raggiungi e conquisti. Su questo si è innestato il Lockdown ufficiale, quello da Corona virus, che mi ha separato da quel turbine focoso di attività di cui abitualmente mi circondo e, lo dico comprendendone il paradosso, mi ha salvato.

Non voglio riconoscere nessun merito alla forma di stasi imposta, ma sappiamo tutti che ogni sistema vivente si salva se ne ha il tempo e le condizioni per farlo, e quale condizione più adatta a darmi il tempo di questa sospensione del mondo che stiamo soffrendo da mesi? Ecco allora perché le preoccupazioni dei miei amici mi hanno trovato tutto sommato sereno, e perché le limitazioni dell’isolamento non mi hanno steso; non avrebbero potuto, lo ero già, e a quel punto hanno permesso che io riacquistassi uno sguardo sulla situazione.

Non ci ho messo poco, anzi, mi sono continuato a spingere oltre, a fare forza su me stesso, a darmi da fare, avviluppando sempre più i fili che mi imbrigliavano e alzando tanta di quella polvere da offuscarmi la vista. Ho appeso quadri, costruito mensole, spostato armadi, deciso ristrutturazioni, buttato oggetti, pulito anditi dimenticati, riacquisito spazi lasciati andare vent’anni fa e mai più guardati. Ho catalogato, messo in evidenza, cernitato, scelto. Ho fatto liste di cose da distribuire (impossibile ora farlo) stipato, riemerso. Credo di aver usato tutti i miei attrezzi e ho sperimentato quasi tutte le mie capacità manuali. Il sesso è sparito. Non c’era compagnia, non me ne sono fatta. Ho abitato il sonno con immagini delicate, gli spazi erano aperti, non occludenti, mai troppo luminosi, ma non ostili. Non erano abitati se non da forme sfuggenti ma il clima generale non era tenebroso, anche se non lanciavano grandi segnali di cosa fare.

Oggi, con la Mistica selvaggia mi arriva questa frase, e mi ha steso. «Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso è coperto da sassi e sabbia: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri» (Etty Hillesum)

Incontro il pozzo con Laura, quando l’ha visto aprirsi sotto ai suoi passi e si è scoperta fragile e sola davanti alla morte. L’ho affiancata senza accompagnarla, accudita e rinfrancata, come se le fosse importante sapere che da questa parte ci sarebbe sempre stato un porto e un appiglio attento e accorto per lei. Ma di quel pozzo ho sperato solo la chiusura e non mi sono spinto a guardarci dentro.

Qualcosa brucia in me, da mesi interi. L’ho interpretato un fuoco per fare spazio, come per le ramaglie rimondate, che tornano a nutrire il terreno come cenere; l’ho pensato rigenerante: una muta che porta nuova pelle a un essere cambiato, che si apre a nuova vita. È un pensiero che ancora mi accompagna, con Laura non più esterna mancanza inaccettata e compianta, ma in me, assorbita nella nuova freschezza di un patto condiviso, rifondato, in una nuova unità.

Ma ora si affaccia una alternativa angosciosa quanto informe, che questa sia una “camicia di pece” che mi brucia intorno per temermi “dentro”, per impedire un cambio, per bloccare una ipotetica evoluzione.

Qual è la scelta che mi lascia? Cosa mi guida a reagire? O invece è il reagire il problema e solo un’azione nuova, non in risposta, ma autonoma, originale risolverebbe?

La mia irritazione privata incontra su questo quesito la sfida collettiva che ci circonda. Cosa di quanto facevamo è il caso di riprendere, cosa vale la pena lottare per impedire?

Quello che mi aggancia e allarma è allora verificare la persistenza del Meccanicismo nel modo di concepire l’uomo. La parola del giorno di Radio3 lunedì scorso era Manovra: “complesso di operazioni manuali e di movimenti con cui si mette in azione una macchina, un dispositivo”, come se la nostra società questo fosse, come se il lavoratore fosse davvero “forza lavoro” o ancora meglio “capitale umano”.

Ecco, questo scompenso si fa complesso, mi muove verso gli altri, mi accende un desiderio, di comprendermi tanto da potermi dire, per provare a comunicare l’umano che ci muove e che solo se rispettato, ci salva.

FA-RE 2

E’ Maggio! Dall’altro ieri siamo passati da  una stasi tumultuosa a un movimento lutulento. Ci ritroviamo per strada, spavaldi, spauriti, in un distanziamento che non è stato presentato come fisico, bensì come “sociale” e che questo effetto ha avuto, del tutto su molti, in parte su ognuno.

Dalla mia finestra entrano i nuovi suoni della strada: garriscono le rondini, gracchiano i gabbiani, tacciono le macchine e arrivano forti le urla impreviste di una tensione che serpeggia e prende voce nell’episodio scatenante, che mi risuona vicino, possibile; trattenuto ma presente anche in me.

Le leggi sono strane, come i limiti e i confini, le traccia il saggio e il pazzo, sono arbitrarie o sensate, ma certamente non spiegano tutto. Mai.

Io sono colpito da come in questo periodo siano state interpretate le varie regole, decreti, indicazioni sanitarie, imposizioni burocratiche che si sono succedute e sovrapposte, senza precisione né univocità.

La fila sotto casa per accedere al supermercato è stata un esempio chiaro, quotidiano: file impeccabili, lungo tutta la giornata, di persone isolate, a due o tre metri di distanza, in silenzio o in conversazione con un altrove non presente. Mi ha continuato a stupire quella difficoltà di relazione evidentemente indotta da questa idea che il distanziamento non sia solo fisico, ma concretamente “sociale” (vedi https://cantosommesso.wordpress.com/2020/03/14/traiettorie/).
Chi ha finito l’acquisto fila via come se avesse vissuto tutto questo in apnea, e forse l’ha fatto, tormentato dalla preoccupazione che l’aria condizionata gli o le riportasse il fiato di chissà chi gravato di un’ipoteca di malattia che per la prima volta sentiamo indomita e mortale.

E qui mi accorgo che, come nei necrologi, l’epitaffio della nostra precedente quotidianità ha perso ogni traccia dei difetti del trapassato. Oggi la presenza della morte nel mezzo di una vita serena ci sembra affacciarsi solo grazie a questa pandemia! Ma è davvero stato così? Gli incidenti stradali fanno tutti gli anni più di sei volte i morti da Covid19 raggiunti oggi e infinitamente più feriti, ma la prima cosa che vorrebbe un giovane è il suo mezzo di spostamento privato. Cosa rende quell’aleatorietà così meno presente di questa?

Dopo l’11 settembre 2011 la forza dell’incertezza ha minato profondamente le nostre priorità e passetto passetto ci siamo ritrovati con i militari davanti alle chiese, militari sguaiati o corretti, posaturi o ligi, che si sono imposti nelle foto-ricordo di una nuova iconografia degli affetti, in cui oltre allo scorcio, al sorriso e all’emozione spunta il muso di una camionetta, il calcio di un mitra, i ray-ban di un moderno Tenente Drogo.

Oggi l’apparizione di questo virus ci lascia con una insicurezza ancora più grande, proprio perché impalpabile, un tarlo che ci chiude il respiro, che ci isola da chi più amiamo, nella drammatica incertezza che non sia io a rischiare, quanto piuttosto a mettere a rischio chi ho davanti. Il virus ci trasforma tutti in potenziali Re Mida del contagio, e cambia di segno il mondo della cura, creando un nuovo drammatico imperativo: stai lontano da chi ami.

Allora propongo che questo nostro Maggio sia coraggioso e prudente, innovativo e rassicurante, radicale e dialogante. Perché ci serve di tenere il cursore ben oliato per far scorrere gli indici del possibile, dell’osabile e del sensato a mano a mano che il racconto della paura lasci il passo alla spinta al ricominciare.

Perché è già qui l’altro rischio. Quello che collega questo e quel Maggio, che ricominciare non sia un sacrificare, un mandare in trincea che non può fare altrimenti. Ma un investimento sano, per una socialità nuova, che nasca dalla consapevolezza che non ci si salva da soli e che il sistema di produzione dei beni e di accumulazione della ricchezza che abbiamo fin qui utilizzato e che con tanta normalità ci ingegniamo a continuare è il problema, per la sua cecità intrinseca, per quella sua natura rapace che spinge a fare la mossa veloce, a occupare posizioni, a strappare alla collettività la materia, il luogo, l’idea redditizia e sfruttabile.

Questo virus nasce dalla concentrazione: degli allevamenti, delle ricchezze, del potere; si può curare solo con la diffusione: delle responsabilità, delle iniziative, della cittadinanza. Abbiamo cercato di proteggerci escludendo, ma non ci eravamo accorti che eravamo i portatori se non del virus della sua ideologia.

Oggi quello che ci serve, per quanto posso capire, è una “sanificazione sociale”, che ricucia quel “distanziamento sociale” e lo restituisca alla sola dimensione fisica, da riassorbire appena possibile. Significa, per me, smontare il racconto dell’untore e creare la narrazione della comune responsabilità, dell’apertura motivata e accorta, della ripresa non per fame, ma per socialità. In molti lo hanno immaginato a partire dai bambini, io lo difendo, riparliamone.

Buon Maggio di condivisione e di lotta.

il nostro Maggio

libro collettivo ideato stampato e rilegato a mano durante lo stage STAMPA DI LIBERAZIONE 25 Aprile 1 Maggio 2012

E’ Maggio! Siamo alla vigilia di una differenza carica di conseguenze, di un passaggio tra una stasi tumultuosa e un movimento lutulento. Ci troveremo per strada, spavaldi, spauriti, in un distanziamento che non è stato presentato come fisico, bensì come “sociale” e che questo effetto ha avuto, del tutto su molti, in parte su ognuno.

Dalla mia finestra entrano i nuovi suoni della strada: garriscono le rondini, gracchiano i gabbiani, tacciono le macchine e arrivano forti le urla impreviste di una tensione che serpeggia e prende voce nell’episodio scatenante, che mi risuona vicino, possibile; trattenuto ma presente anche in me.

Le leggi sono strane, come i limiti e i confini, le traccia il saggio e il pazzo, sono arbitrarie o sensate, ma certamente non spiegano tutto. Mai. Io sono colpito di come in questo periodo siano state interpretate le varie regole, decreti, indicazioni sanitarie, imposizioni burocratiche che si sono succedute e sovrapposte, senza precisione né univocità. La fila sotto casa per accedere al supermercato è stata un esempio chiaro, quotidiano: file impeccabili, lungo tutta la giornata, di persone isolate, a due o tre metri di distanza, in silenzio o in conversazione con un altrove non presente.

Mi ha continuato a stupire quella difficoltà di relazione evidentemente indotta da questa idea che il distanziamento non sia solo fisico, ma concretamente “sociale” (vedi https://cantosommesso.wordpress.com/2020/03/14/traiettorie/).
Chi ha finito l’acquisto fila via come se avesse vissuto tutto questo in apnea, e forse l’ha fatto, tormentato dalla preoccupazione che l’aria condizionata gli o le riportasse il fiato di chissà chi gravato di un’ipoteca di malattia che per la prima volta sentiamo indomita e mortale.

E qui mi accorgo che, come nei necrologi, l’epitaffio della nostra precedente quotidianità ha perso ogni traccia dei difetti del trapassato. Oggi la presenza della morte nel mezzo di una vita serena ci sembra affacciarsi solo grazie a questa pandemia! Ma è davvero stato così? Gli incidenti stradali fanno tutti gli anni più di sei volte i morti da Covid19 raggiunti oggi e infinitamente più feriti, ma la prima cosa che vorrebbe un giovane è il suo mezzo di spostamento privato. Cosa rende quell’aleatorietà così meno presente di questa?

Dopo l’11 settembre 2011 la forza dell’incertezza ha minato profondamente le nostre priorità e passetto passetto ci siamo ritrovati con i militari davanti alle chiese, militari sguaiati o corretti, posaturi o ligi, che si sono imposti nelle foto-ricordo di una nuova iconografia degli affetti, in cui oltre allo scorcio, al sorriso e all’emozione spunta il muso di una camionetta, il calcio di un mitra, i ray-ban di un moderno Tenente Drogo.

Oggi l’apparizione di questo virus ci lascia con una insicurezza ancora più grande, proprio perché impalpabile, un tarlo che ci chiude il respiro, che ci isola da chi più amiamo, nella drammatica incertezza che non sia io a rischiare, quanto piuttosto a mettere a rischio chi ho davanti. Il virus ci trasforma tutti in potenziali Re Mida del contagio, e cambia di segno il mondo della cura, creando un nuovo drammatico imperativo: stai lontano da chi ami.

Allora propongo che questo nostro Maggio sia coraggioso e prudente, innovativo e rassicurante, radicale e dialogante. Perché ci serve di tenere il cursore ben oliato per far scorrere gli indici del possibile, dell’osabile e del sensato a mano a mano che il racconto della paura lasci il passo alla spinta al ricominciare.

Perché è già qui l’altro rischio. Quello che collega questo e quel Maggio, che ricominciare non sia un sacrificare, un mandare in trincea che non può fare altrimenti. Ma un investimento sano, per una socialità nuova, che nasca dalla consapevolezza che non ci si salva da soli e che il sistema di produzione dei beni e di accumulazione della ricchezza che abbiamo fin qui utilizzato e che con tanta normalità ci ingegniamo a continuare è il problema, per la sua cecità intrinseca, per quella sua natura rapace che spinge a fare la mossa veloce, a occupare posizioni, a strappare alla collettività la materia, il luogo, l’idea redditizia e sfruttabile.

Questo virus nasce dalla concentrazione: degli allevamenti, delle ricchezze, del potere; si può curare solo con la capillarità.

Buon Maggio di condivisione e di lotta.

Parlami, silenzio

Il pensiero si distende, 
propaga, 
esce dalla mia finestra in un cielo ininterrotto 
dai rumori del fare. 
Il mio corpo accoglie 
in sé 
questo flusso sottile. 

Espansione sottile dell'essere 
nel silenzio del fare. 

Accade a chi c'è intorno? 
Si incontra 
con i medesimi pensieri del vicinato? 
Qualcuno si ricrea un rumore di fondo, 
qualcuno si espone al silenzio 
e vi sosta. 

Parlami, 
silenzio o 
fatti parlare.



Ringrazio Myrice di avermi offerto la sua foto del Cielo sopra Centocelle

Molteplicità

Opera riprodotta per gentile concessione di mio fratello Fabio
L’ho sempre saputo
che non eravamo soli,
o, se l’eravamo,
con una galassia intorno.

Perché l’idea dell’uno
ha con sé il molteplice
e a noi,
dirci uno
è mentire malamente.

Ho da sempre sentito
che il gruppo era il mio stato
e che c’era del buono
in quel dirsi da fuori
di tanta tradizione
asiatica e nativa:
“la freccia si scocca
e il bersaglio è raggiunto”,

ché il compito è opposto
all'imporsi dell’io,
e consta nel farsi membrana sottile,
porosa ma sgombra,
che attiva, fomenta
e lascia passare.

Ed ho, ancora, sentito
che religione è sapienza,
ma le sue parole
rimandano ad altro

e sempre ho pensato
che molto del Verbo
non parla di altrove
ma descrive il noi.

Schierate moltitudini
di angeli ed arcangeli,
li ho sentiti da sempre
danzare dentro me.

E guardiamolo ancora
questo mito dell’uno
entriamoci dentro
passiamo la pelle

si affaccia lo sguardo
su uno spazio infinito
che brulica intenso
di un’orda di fare.
C’è un ritmo scandito,
un flusso, un respiro,
che brucia e distrugge e nasce
e ripara,

c’è vetta, c’è abisso,
incontro ed inciampo,
c’è pronto intervento c’è
sgrosso e ricamo

e c’è un incessante,
continuo scambiare.

I numeri interni son fantastilioni,
le lingue cantate non posso contarle,
c’è gente straniera,
stanziali e predoni,
villaggi 
e cortei 
e flottiglie
e fortezze.

Ci sono alleanze,
si fanno prodezze.

E questo, attenzione,
non sono eccezioni,
con i tempi del cosmo
ch’è dentro di me
dal giorno alla notte
son generazioni;

di angeli,
arcangeli,
bacilli e batteri
e ad oggi c’è un virus,
venuto da ieri.

È un tipo curioso,
che va senza posa,
ricorda l’arrivo di Boccadirosa,

ma qui viene accolto,
là invece respinto…
è paradossale,
ma è in questo che ha vinto.

Riemergo,
ho un sospetto, 
ne parlo con voi:
non è il virus che è ostile,

lo siamo più noi.

“Aeoro”

aeoro
La foto è di mio fratello Paolo, che ringrazio!
Com'è bello il cielo,
in questi giorni tristi.
Questa mattina
un suono da lontano,
un suono conosciuto, eppure nuovo
m’ha aperto gli occhi
e insieme lo stupore.
 
Un rombo incandescente
di motori distanti
che incide prepotente
questa quiete irreale,
e cresce,
è più presente,
fa più bene
che male.
 
“Aeoro” mi dicevi,
con la manina in su
guardavo e non vedevo
ciò che sentivi tu.
 
Camminavamo insieme
io preso, indaffarato
tu estatica ascoltavi
i suoni del creato.
 
e quel rombo lontano,
quel suono senza oggetto
è stato uno dei primi
nomi del tuo dialetto.
 
Ancora c’è la foto
che tocca ricercare
d’io e te stesi in cortile
quel suono a rintracciare.
 
Aereo passi oggi
in questo cielo immoto
porti con te speranze,
ricordi e un grande vuoto.
 
Vuoto di quella gente
che qui a fianco non c’è,
di quella testa riccia
che vive dentro me.
La foto è di mio fratello Paolo che ringrazio di cuore

Sospensione

 

Scorrono i miei pensieri,

galleggiando,

sanno che non siamo in guerra;

sanno che non stiamo in pace,

non con noi stessi.

 

Il mio corpo è squeto,

reagisce con insofferenza alla situazione,

il sonno non arriva o non si ferma,

la pelle si è irritata e chiede pace.

 

Il tempo non è vasto,

è angusto, rotto,

passa e non scorre,

singulta, si aggroviglia.

 

La casa offre riparo,

ma mi inghiotte,

è un labirinto di passi oziosi e vani.

 

È già l’ora del tè,

c’è stato un pranzo,

la colazione si è protratta e ancora

ci sarà cena, forse un dolce,

un vino, se c’è un cicchetto

da spegnersi un pochino.

 

Vola il pensiero, ma non mi si posa

Sfiora concetti, quesiti, deduzioni

Ma torna a casa stanco e senza un filo

Per costruire un nido od un sentiero.

 

Poi d’improvviso un’arte, le più varie,

s’affaccia alla mia porta e mi conquista.

mi rende intenso,

mi guida la vista,

placa il respiro,

mi fa fermo il polso

e nascono disegni, oggetti, suoni,

che si posano intorno a dimostrare

che vivere è uno stare,

che non serve

darsi uno scopo

un punto a cui arrivare.

 

Si può fare così,

che il mondo affiora

e tu ti apri a lui, lei, quel che sia

e te lo godi,

adesso come pria.