Pomodori secchi!

Ho finito la marmellata di mandarini, ma c’è bisogno di averne sempre un barattolo in frigo. Per prenderla devo usare la scala, le marmellate sono in alto nel soppalco vicino all’entrata, ma ora non posso prenderla, perché sta nello sgabuzzino che confina con l’appartamento di Shadam e Nadia e ieri il piccolo Ahmed ha pianto tanto prima di addormentarsi e non voglio rischiare di svegliarlo.

Con il leccone raccolgo ogni residuo e mi ci faccio una fettina sperimentale: pane bruscato, marmellata di mandarini e provolone piccante. Una chicca. La fame è saziata, ma la mancanza si fa sentire, se sto attento faccio pianissimo e non sveglio nessuno…

…apro lo sgabuzzino con passo felpato e mano delicata, prendo la scala fermando le catenelle in modo che non sbattano, sto attento alla cima della scala, che non si incastri in nulla, faccio movimenti lentissimi, quando è fuori infilo la mano tra i gradini, afferro la maniglia e chiudo la porta ancor prima di poggiare la scala a terra. Ce l’ho! È fatta! Ora posso muovermi in scioltezza e porto la scala al soppalco, sempre attento, ma questa volta perché non urti i mobiles che pendono dal soffitto. L’anatra balinese in legno dipinto che pende dalla chiave del soppalco mi scruta stupita mentre mi avvicino; d’altra parte chissà a che clima è abituata lei, e a che spazi, ma mi tiene compagnia da decenni, portata dai genitori di una principessa vera, insieme a stoffe e burattini elegantissimi.

È un attimo, mentre apro lo sportello mi arriva un turbine di disagio inatteso. Da quanto tempo non lo aprivo? Perché le marmellate sono così poche? I piccoli ripiani realizzati quando rimettemmo a posto casa, con le assicelle avanzate del parquet e le mattonelle in più del bagno, in cui si sono allineati centinaia di barattoli pieni di marmellate di ogni tipo è desolatamente svuotato. Con Clara l’abbiamo ripulito a Natale, inventandoci il regalo più sfrontato dell’anno, una distribuzione di barattoli di marmellate storiche con la scritta “Assaggia se hai coraggio” donate con il cuore (ma senza testa) ai parenti e amici cari, e apparentemente andate a buon fine, senza conseguenze letali, almeno.

Quindi non dovrei dispiacermi di questi vuoti, dell’ordine che regna, tra gli agrumi a destra, le ultime storiche troppo preziose per separarsene al centro e le nuove Frapple e Cotogne nei ranghi a sinistra. Ma al contrario rimango appeso, con lo sguardo vacuo e una domanda fredda e ruvida che chiede angosciosa “dove sono andati a finire gli gnomi?” Eh già, gli Gnomi, quelli che mi guardano dal mobile di foto portato da Peter e Alison, con le nostre imprese americane, quando, non potendo restare fino al matrimonio di Susan e Raff, con loro organizzammo una sfilata di Gnomi in città, armati di forconi, badili e picconi, per essere presenti, riprodotti in sagoma e messi in bella posta nel prato, il giorno dello sposalizio.

Un appellativo guadagnato sul campo, per l’altezza, direte voi, certo, ma non solo. Per quel tanto di fattiva operosità che ci contraddistingue/va, che ci ha sempre portato a realizzare, a mettere al mondo a trovare un modo per concretizzare in un gesto, un canto, un segno, l’affetto, l’ideale, l’aiuto. “Piccoli gnomi operosi ridono!” questo era l’ingrediente finale, quello che non poteva che spiazzare i sospettosi e i dubitanti, la nostra furia realizzativa era sempre fuori schema, serissimamente impegnata a realizzare insignificanza, totalmente dedita a edificare stoltezza. “Che genitori meravigliosamente tonti!” è d’altro canto la scritta che Clara ci consegnò partendo per il suo viaggio più duraturo, quello che la porta a sposarsi in Francia il mese che viene, proiettata in un mondo che parla cinque o sei lingue di base, e in cui anche lei coltiva il germe dell’insubordinazione esilarante, quel riuscire a passare attraverso i problemi con un saltello aggraziato, che non toglie nulla al dolore, ma che accoglie l’imprevisto con un sorriso.

Non potevo che fare qualcosa.

Non potevo stare lì, con le mani in mano di fronte a questo senso di vuoto, ma d’altro canto non avevo frutta per ripartire a produrre marmellate, non sul momento… ma tutto a sinistra, l’ultimo barattoletto mi ha guidato, pieno com’era di un’altra grande nostra produzione, estiva questa, che serve per farla il sole e il sereno: pomodori secchi conzati!

Ci sono momenti adatti alle grandi decisioni, e c’è sempre il germe della disperazione a nutrirli. Ho spostato la scala per arrivare ad aprire l’altro lato del soppalco, quello in cui aspettano stuoli di vetri pronti alla bisogna: travaso di olio? > Bottiglie scure; passata di pomodoro? Boccacci ad alto fusto; Conserve e marmellate? > Barattoli svasati; Capperi e pomodori? > barattoletti da sugo. Uno spazio sempre in movimento, con i nuovi arrivi appena svuotati e le ondate di ricambio delle produzioni stagionali. Uno spazio in disarmo da quando tutta la macchina si è fermata, sospesa su una mancanza di richiesta interna ed esterna: prima per contrazione dei consumi familiari, poi per rarefazione delle occasioni di scambio.

Ma oggi no, oggi mi scelgo i barattoli migliori, li lavo, gli tolgo le etichette vecchie per avere piena visibilità sul contenuto e intanto metto a scaldare l’acqua e aceto per bollire i pomodori, faccio dissalare i capperi, taglio l’aglio, cimo il basilico e sfarino la maggiorana, capo i peperoncini e sbuccio le carote. C’è tutto, in ordine sparso sul piano della cucina, in quantità mignon rispetto alle produzioni pugliesi, ma con la stessa intensità di sapori e colori. La griglia del forno invece della rete matrimoniale, il tovagliolo invece del lenzuolo per poggiare ad asciugare, il davanzale piuttosto che il cortile, il sole di aprile invece che quello di ferragosto.

Ma le mani sanno e calibrano gesti e ritmo, ritrovano il respiro, articolano successioni, peperoncino e agli in fondo, una foglia di basilico due strati di pomodori, qualche cappero, si sale ancora: di nuovo aglio, del verde, pomodori e ancora, poi arriva il momento di pressare e di aggiungere un ultimo giro di tutto, con la maggiorana a coprire e l’olio a riempire ogni interstizio. Questo fa bene. Si evoca, nel fare, la memoria del fatto; nel silenzio, le voci del fare, gli scambi, i motteggi, le battute e le grida; si gridava sempre, eccitati dalla bellezza della creazione e della cura. Un’ultima accortezza prima di chiuderli, un distanziale di due centimetri di carota, per tenere pressati i pomodori e farli stare sott’olio, un’invenzione della Casa.

E ci si trova a ripulire e riporre, con piccoli avanzi da consumare con l’insalata del prossimo pranzo e tre barattoletti rifulgono, con il loro rinnovato tesoro, in tempo per portarti il mio amoroso saluto.

Amore civico

Giorni chiusi, giorni di vuoto, giorni di panico strisciante, in cui salvi le apparenze, ma intanto stai a riempì i buchi senza accortezza, a mette dentro senza voglia di pensa’, e fai di quei lavori che reggono sul momento e il giorno dopo s’affossano perché sotto c’hai lasciato le voragini.

Ammucchi a caso, ma a volte si trova pure qualcosa, perché, come diceva il Prof. Visalberghi, un conto è fare le cose a caso e un conto è farle a naso, e il fiuto, bene o male, con l’età si affina, e se non è fiuto è conoscenza di sé, o magari t’ha solo detto bene.

In ogni caso sono passato dal farmi riempire il cuore da Netflix, con l’altruismo buonista del Direttore amministrativo del New Amsterdam, il più grande ospedale pubblico di New York, che lotta più con le polizze assicurative che con le malattie, e che è bello, ma lo vedi in inglese e ti tocca guardarlo fisso, a una più tranquilla compagnia su Rai play, in cui, cercando a casaccio, mi sono imbattuto in Giallini, che a dirgli fico è una banalità e a dirgli bravo un’omissione.

Con lui posso cucinare mentre presenta i personaggi e pure se t’addormi ‘n pochetto il ritmo è lento e recuperi il filo. È un giallo, fin qui li avevo evitati, ma c’è qualcosa che mi intriga, anche se ci metto varie sere a rendermene conto. È il personaggio della moglie, Marina, una che apparentemente è sciroccata, c’ha sempre un sorriso allegro e un po’ fuori luogo, che lui è piuttosto uno cupo e ruvido. Ma lei niente, non demorde, lo accoglie serena, passa sopra a orari infami e diversi tradimenti: innamorata vera.

Finalmente me ne sono reso conto, non sono tornato indietro a verificare se era stata sbadatezza mia o trama intorcinata, ma ieri è stato chiaro che lei non è proprio come la mostrano, ché in realtà è morta e quello che si vede è solo il ricordo di lei, la fantasia con cui lui si fa compagnia: per questo è sempre vestita fuori stagione, che certe cose non ci si bada più, passati certi punti.

Questo non mi ha allontanato; se possibile ora io e Rocco Schiavone abbiamo cose in comune che prima non esistevano. E il suo dolore è qualcosa che conosco e quella sua assurdità qualcosa che ho frequentato ben bene e che adesso in qualche modo mi manca. Stasera lei gli ha chiesto quando la lascia andare, lui (per fortuna) le ha detto che non ce la può fare, che le tocca restare.

Ho fatto una pausa nel weekend ed ora si sta profilando una spiegazione puntuale di come è successo. Questo mi dice che all’inizio non l’avevano esplicitato, quindi probabilmente non ero io che mi ero distratto, ma proprio la trama che l’ha messa lì come se niente fosse a suscitare sconcerto negli spettatori. Lui deve partire per Roma, ma ora ha un cane e va da una collega, lì ad Aosta, per lasciarglielo. Cammina sotto il palazzo, che ha una struttura sopraelevata, con al livello del terreno solo l’accesso alle scale e una specie di spazio coperto a metà tra il parcheggio e i portici. Sembra come il Villaggio Olimpico, però ad Aosta. Ma proprio spiccicato. Ora lui si avvicina a un portone, uno dei tanti, tutti uguali di un complesso grande e fatto in serie. Succede qualcosa.

Deve essere una cosa come un salto di tipi logici, un passaggio da una realtà a un’altra, lo scoppio di una bolla, il contrario di una disillusione. Perché davanti a me la trama del racconto si sfilaccia e mostra repentinamente una sua struttura concreta, che spezza la narrazione, come se si vedesse l’asta della “giraffa” che registra la voce o il retro della struttura hollywoodiana che tiene in piedi la scenografia. Solo che quello che svela è molto più intrigante della trama e mi catapulta in piedi a cercare di vedere di più e scrutare di più, a fermare tutti i particolari.

Non sono ad Aosta, sono proprio a Roma e non sembra il Villaggio Olimpico, lo è, ma soprattutto, non è un palazzo qualsiasi, è proprio il portone della casa di Laura! Cioè, questi, con tutte le case da cui potevano uscire per far prendere il cane a una, sono andati a capare, senza dirlo, proprio il portone di via Gran Bretagna 14 e lui ha suonato il citofono di Lauretta bella!

Santo replay, mi sono guardato la scena a passo uno, quella che era una certezza si è rivelata un fatto, con tanto di civico inquadrato per bene e quando va via si vede pure la macchina di Marina posteggiata fuori. Come ogni razzo vettore arrivato in quota, Schiavone è stato sganciato ed ormai sta per inabissarsi nell’Oceano, mentre io, con la mia nuova navicella, ripercorro la trama del tempo, rievocando le emozioni vissute in quel punto del pianeta. Il citofono dei Mayer è stata una presenza per poco meno di mezzo secolo ormai! Ricordo perfettamente l’altezza relativa del pulsante, rispetto ai miei occhi, negli istanti in cui speri di capire chi potrà mai risponderti, se qualcuno lo farà, e, mentalmente, controlli la voce nell’incertezza di dover essere pronto alla formalità di una risposta da adulto, da trasformare repentinamente in freschezza, nel caso rispondesse proprio lei!

Il civico 14, qualcosa a metà tra l’appostamento e la spavalderia, preceduta dalla rassegna di tutte le possibilità del caso: e se mi dicono di salire? E se scende qualcun altro della famiglia? E se mi dicono che non c’è?

E poi, negli anni, un passaggio sempre più accogliente, con una idea via via più chiara dell’atmosfera interna alla casa, e quindi ai possibili tempi di reazione, alle voci che si levano per mandare qualcuno ad aprirti o ai passi silenziosi e disponibili per farlo autonomamente. Il citofono a quel punto perde l’aspetto della barriera, ma mantiene la funzione di membrana: ti stai approcciando a un nuovo ecosistema, sei certo di volerlo? Hai considerato le conseguenze? Sei padrone dei sistemi di comunicazione, sei pronto ai linguaggi, all’intreccio di sollecitazioni affettive e relazionali che stai contribuendo a complicare?

Prima erano scale, poi divennero ascensore a moneta, fino ad ora che si va senza ostacoli. All’inizio era il nonno, con i suoi sogni e racconti leggeri, c’era Elia, con le sfide in corridoio a palletta, Marina che silenziosa tiene botta, i frequenti thè di compleanno (perché non una cena!? Ti chiedevi ingenuamente prima del ventesimo) e le ricorrenze e i Natali.

Ora è un punto del pianeta distante dalle mie rotte abituali, ma proprio pochi giorni fa l’ho rivisto, andando a riaccompagnare Marina, che grazie alla voglia di cantare ci eravamo ritrovati tutti a piazza Jan Palach, per la maratona di Emergency, che abbiamo onorato con i canti di lotta e di lavoro dei nostri emigrati ed operai.

Il citofono è sempre lì, ora aspetta la congrega dei nipoti e dei loro figli, unisce i cugini, collega e informa sulle mosse da fare. È passato al servizio delle nuove generazioni, ma io posso ancora guardarmici davanti, a 18 anni, con la moto posteggiata lì fuori, che ti sono venuto a trovare e, tu ancora non lo sai, non conto di andarmene.

La crepa del tempo

Oggi è il giorno della grande discontinuità. In un anno ce ne sono cinque, ma quello di oggi è il più grande in assoluto. La saggezza popolare queste cose le sa e quindi era ampiamente previsto che accadesse e se ne conoscono le forme nel dettaglio, purtuttavia assistervi è emozionante. Oggi la trama del tempo ha una sua crepa e a ben guardare se ne può vedere la struttura, una struttura apparentemente imperturbabile, ma che in realtà deve subire dei rattoppi qui e là. Naturalmente il digitale nasconde questi salti, ma se vi nutrite di analogico rimangono evidenti all’occhio e alla mano.

Ieri era il 28 febbraio, oggi il 1 Marzo. Nel calendario perenne che la fu Pensione Prenestina donava come gadget agli sposi che la frequentavano, le rotelline del tempo non fanno questo passaggio in automatico, offrono in prima battuta un comodo 29 febbraio e poi, forzate un 39 o un 20; inquiete, di fronte alla vostra insoddisfazione si spingono, cercando di riprendere il filo del tempo, a proporre un 30; nel disagio più assoluto tirano fuori un 31 e solo dopo aver licenziato l’impiegato e svegliato il padrone riescono a rimettersi in sesto consegnandoci, stremate e sbigottite, la data richiesta: il primo di Marzo, quest’anno un Lunedì.

Voi, ne sono certo, non ve ne siete accorti, ma il vestito del tempo tra ieri e oggi ha una cugno, un rammendo invisibile, una ripresa; il disegno è quasi perfetto, ma la struttura incessante ha dovuto cedere qualcosa alla realtà, accorciandosi, nel mese pazzo del carnevale, in maniera eclatante, più evidente di quanto farà, con minor strepito tra 1, 3, 6 e 8 mesi.

Trenta giorni ha novembre, con april, giugno e settembre, di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri ne han trentuno.

Chiedi alla sabbia

L’uomo cantava, lo sguardo aperto e il passo deciso verso la meta.

C’era riuscito, ma era stato sul punto di non farcela, pieno come s’era riempito di “impegni” e militanza in ogni giorno libero dal lavoro. Quella volta, però, si era protetto, aveva silenziato il telefono e, anche se l’aveva controllato più volte, nomi, gruppi e sigle l’avevano lasciato indifferente.

Non era disinteresse, anzi, ma che ci si impegna a fare con gli altri se poi si trascura la propria famiglia? E lui era lì per questo, per testimoniare, riconoscere e informare di ciò che gli stava accadendo la persona che l’aveva reso prima necessario, poi possibile.

La strada era paciosa, sonnecchiava del dopo pranzo domenicale, con le poche macchine lente e inclini a lasciar passare; dall’altro lato il mare si presagiva nell’odore dell’aria e dal rombo sommesso del suo moto, celato alla vista dall’alto canneto che svettava sulla sommità dell’erta da discendere per arrivare alla spiaggia.

Era un bel momento quello, pieno di anticipazione e di aspettativa, in cui i bambini iniziavano a scommettere l’altezza delle onde e a strappare promesse ai genitori, l’ultima chance prima della litania delle regole studiate a non farli scottare, allontanare, esagerare.

E ora, per lui, un tuffo nel silenzio che si creava lasciata la strada, entrando nell’ombra del canneto, scendendo di quota sulla scalinata in cemento, curata e abusiva al tempo, che portava sia allo stabilimento che alla spiaggia libera, non svelandola che all’ultimo passo, insieme al mare.

Perfetto, aveva scelto bene l’ora e l’aveva favorito il giorno, coperto di nuvole alte che segnalavano la stagione, la spiaggia era tutta sua e il senso di spazio, di cielo, di immenso lo pervase di colpo. Era venuto a trovare e avrebbe trovato, era lì per chiedere e sarebbe stato esaudito, non ebbe più timore, la strada era tracciata e doveva solo percorrerla, non era una formalità, ma sentiva che non ci sarebbe stato rifiuto.

Avanzò senza fretta, sentendo a ogni passo il suo peso muovere la sabbia e creare l’impronta che avrebbe ricalcato tornando. Si fermò al bunker, il gigantesco dado in cemento con la targa che lo collegava all’ultima guerra, combattuta anche su quelle spiagge. Per lui solo un buon punto di riferimento per sapere dove era stato. Per posare la giacca e le scarpe, liberarsi dei pantaloni e affrontare quell’acqua autunnale, che già il sole arrossava il tramonto spandendo una luce radente sull’onda appena increspata, bonaria.

Entrò deciso e andò a fermarsi sul ciglio della secca. Lì l’onda si alzava incontrando il gradino e si imbiancava rappresa, per poi sciogliersi oltre le sue gambe. Era il momento di recapitare il suo messaggio.

Si chinò, raccolse l’acqua dalla cima dell’onda e se ne riempì la bocca. La tenne con sé, fino a scaldarla, poi con uno zampillo, la restituì al mare. Guardò ancora in silenzio il gioco della luce sulle onde, finalmente ripensò a quando, in cento, avevano formato quel cerchio di affetto per dare a quell’acqua il suo corpo; quale donna era stata più amata? Quale cerimonia funebre aveva miscelato al pianto tanti canti e risa?

Ora, anni dopo, lui veniva a dirle che un’altra donna lo sapeva scaldare, ma che il suo amore non sarebbe cambiato. Era un messaggio, ma conteneva una domanda, era una decisione, ma desiderava un lasciapassare. Lasciò scorrere ancora lo sguardo sul blu increspato di luce che lo circondava, poi ritornò alla riva.

Già sulla spiaggia si girò al mare, con il cuore sospeso, ora che tutto era fatto non era sicuro che avesse avuto senso.

Poi l’onda si allungò veloce e lasciò ai suoi piedi una piccola conchiglia rosa.

E’ proprio fantastica

Ho letto Cattedrale, di Carver, che poi vorrà dire cesellatore, in qualche modo, comunque non avevo mai letto nulla di suo anzi lo confondevo con Chandler, che è pratico quanto lui, ma scrive gialli e non alza mai la testa dal piatto, per così dire.

Carver invece lo fa, ma prima ti disillude, non ti ci fa credere, ti convince che questo c’è: il piccolo dialogo, l’imbarazzo beota, la meschina paura dell’altro, il disagio di non comunicare perché non si sa proprio come farlo, d’impianto. È qui, quando è certo che anche il lettore più speranzoso ha accettato il suo destino, quando ti ha convinto che non ti puoi aspettare altro dai suoi personaggi e sei come di fronte a Sordi quando fa il pianto misero ed egoista per non pagare il prezzo della sua pavidità, che Carver ci spiazza.

Ho visto il Vecchio marinaio di Coleridge, maledetto, con l’albatro putrefatto intorno al collo, nella nave allo sbando, con i compagni morti e la Morte che arriva, guardare finalmente i serpenti marini che lo perderanno e riconoscerne “inconsapevolmente” la bellezza. Ho visto il cosmo accogliere questo sguardo nativo, partecipe, senza finalità e rifiorire acquietandosi. Così si è salvato il Vecchio marinaio, così si salva il personaggio di Carver alle prese con il suo incontro con l’altro e l’altrove.

E Carver lo costruisce con un passaggio stupefacente in cui la parola perde il Trono e l’immagine stessa scompare e tutto si fa tatto e corpo e movimento, religioso, si, non perché parla di chiese, ma proprio perché riunito, connesso, intero. Tra due persone fuse in uno sforzo, acciaccato e balbettante (su una carta del pane, poi!), che si fa fluido e sboccia in una danza, accolta e condivisa, quando i due “perdono i sensi” e si ritrovano, entrambi, senza vista, restituendo ai soli gesti il compito della rappresentazione e della comunicazione.

La conduzione si fa doppia e passa dall’uno all’altro e quello che voleva essere una spiegazione diventa una doppia descrizione e da architettonica si fa evocativa, spirituale, quando le mani che guidano i gesti sono ormai quelle di chi l’oggetto “cattedrale” non l’ha mai visto, ma può, con lo spirito proprio dell’umano, partecipare a rappresentarlo nell’essenza.

 Ed è struggente, e totalmente convincente, la sbigottita e commossa partecipazione del padrone di casa che, forse per la prima volta, si è avventurato in territori dove non aveva mai pensato di mettere piede.  

Ma ora ci si vuole attardare e non spezza l’incantesimo, non controlla. Sente.

E rassicura il cieco, confermando l’esito della loro fatica: “È proprio fantastica”, garantisce, tenendo chiusi gli occhi.

foto: particolare dal reportage di @evabarbera

E Buon anno, ancora

Giorni d’anno, carichi di senso, fatti nuovi da una scelta, detti nuovi da un processo, tutto umano, che rispecchia i cicli e li nomina. E il potere del nome è forte, ma è cultura, e la forza del ciclo è grande ed è natura. L’indefettibile si fa nominare, indifferente, ma quella differenza, tutta umana, genera differenze e le accumula.

E così, un giorno tra i tanti diventa principio, e un altro, precedente, la fine. La fine genera il principio e il senso dell’aldilà si fa terreno e agisce su di noi come profezia.

Chi ha il bene del passaggio è pronto a fare promesse per meritarselo. Lo spettatore assicura silenzio e cellulare spento, il sopravvissuto molto di più. Cambierà i suoi modi, pulirà il linguaggio, affinerà gli obiettivi, si comporterà come sempre ha voluto: con onestà e trasparenza. E’ un giorno qualunque, ma si fanno voti, si mandano auguri, si ricevono rivelazioni.

E allora partecipiamo mansueti a questo clima di festa, diciamo anche noi il nostro giubilo di esserci ancora e impariamo da questo giorno fragile la fragranza della fiducia, l’emozione dell’apertura, la gioia del rinnovamento.

Perché ci sono tanti suoi fratelli a cui questo non va negato e il passo richiesto non è quello dello sprinter, né del saltatore di ostacoli. È un passo apparentemente meno eroico, ma più ecologico, e anche meno esuberante, ma più tenace, fuori dai riflettori per la gran parte del percorso, ma dentro il mito per la vita. Ci serve il passo del fondista, la costanza del maratoneta.

Me la auguro, ve la auguro.

Prendere il bivio

 Mattino
 di un giorno lontano
 Sprofondi,
 sprofondo
 di schianto
 Il bivio ci appare
 si impone
 insieme, io e te
 lo prendiamo

 Insieme
 in due mondi diversi

 Per anni
 ci siamo
 cercati,
 parlando a distanza
 sofferto
 mandato segnali
 raccolti
 creato linguaggi
 parlato
 Svelato segreti
 riunito

 ripreso 
 un cammino
 comune.

 Ti tengo
 e ti amo.
 Compagna 

Giacchetta scolorita, pantaloni spiegazzati

“La più grande disgrazia dell’arte russa è che
non le si permette di muoversi organicamente,
come fa il cuore nel petto dell'uomo:
viene regolamentata come il movimento dei treni. 
V.S

A vent’anni ero nel ’77, a quell’epoca il tempo non scorreva in anni, ma in scarti, esperienze, scoperte, ognuna con un carico emotivo di immediata reazione o lento rilascio, con conseguenze dissipate nell’attimo o che avrebbero informato una vita.

Con i Cemea non abbiamo solo giocato, suonato, cantato, danzato, abbiamo anche letto (e scritto) molto e a più riprese, tanto che il capodanno a Levone con lo stage di ”Lettura” o di “Scrivere e parlare in pubblico” era diventato una consolidata tradizione. Cecrope ci invitava a pascolare tra i libri, brucare pagine aperte a caso, praticare l’erranza e la meraviglia. All’epoca non potevamo sapere che quel clima di libertà ERA il messaggio e quello che trovavamo errando ci lasciava suggestioni profonde e illuminanti. Per me fu questo testo, l’introduzione a “La mossa del Cavallo” di Victor Sklovskij, di cui non sapevo nulla e che non sapevo neanche inquadrare nell’intento critico con cui la stessa casa editrice presentava il testo, a lasciarmi dentro un segno che ancora oggi sento significativo.

Sklovskij è vestito male! é piccoletto e sciatto!! non ha bisogno di scuola!!! Serve che commenti il grado di immedesimazione?! E non si affida a strumenti pregiati, ma osserva il contesto, lo respira, lo anticipa. Come non restare fulminato dalla descrizione di un mio simile, che possedeva compiutamente tratti che già all’epoca sentivo vicini e a cui sono rimasto fedele nell’intimo?

Victor tira pure al piattello!, il tiro con l’arco dell’occidente, che per noi pescatori di piattelli della Baia di Torre Suda è un plus, anche se, quando ci immergevamo per lunghe ore a recuperare i piattelli interi sul fondo della baia, per poi regalarci sontuosi gelati con i proventi della riconsegna, i nostri preferiti erano i tiratori scarsi piuttosto che gli infallibili.

Victor ha un rapporto giocoso con i suoi bersagli, c’è un’allegria nella sfida, c’è una poesia nel confronto, che ricorda la meraviglia estatica di Ginsberg quando osserva grato “la porta dell’armadio, rimasta aperta, gentilmente aperta, proprio come l’avevo messa io”.

E scrive di cavalli, di mosse oblique, interstiziali, musica per noi moto/scooteristi, che solo con queste ci muoviamo, facendoci strada oltre l’ostacolo, trovando un sentiero oltre l’ingorgo, a volte anche scavalcando il piano esplicito delle questioni provando a inquadrarle in meta-livelli logici di più ampio respiro.

Insomma, per il compleanno di quest’anno me lo sono riletto, nella copia che grazie a Michela mi è saltata in mano, dopo decenni di ricerche e ve lo rilancio con un ché di immedesimazione e di speranza.

Arriva in pedana Sklovskij. Pochi lo conoscono. Piccolo, giacchetta scolorita, pantaloni spiegazzati. Cava di tasca con calma due cartucce, piega le canne della doppietta, ci soffia dentro, riporta le canne, con uno scatto leggero, a posto, considera l’arma da una parte e dall’altra, con gli occhi sembra cercare qualcosa per terra, quasi di malavoglia dice: Ready! Tenendo il fucile penzolante, uno strumento di cui non sa bene cosa fare.

Ma al momento del Pull! L’arma imbracciata, il fragore squarciante delle detonazioni che si coprono, le briciole dei piattelli che si polverizzano non si distinguono. Sklovskij, tranquillo, guarda con aria assorta qualche momento il fucile, lo riapre, dà la sua soffiatina propiziatoria nelle canne, cava dalle saccocce altre cartucce, ripete le operazioni. Due piattelli si sfarinano per aria prima ancora di frullare via; e così continua sino alla fine del game.

Sembra che non abbia bisogno di mirare. I dischi di catrame si dirigono obbedienti dove si sta aprendo la rosa di pallini. Si è mai visto un tiratore di quella qualità? Più rapido, preciso, elegante nella sprezzatura, sornione, con quell’abbigliamento da bracconiere, i movimenti impacciati, l’arma di vecchio modello?

I privilegiati in ghette, camoscio, cammello, che hanno in pugno la carabina a ripetizione firmata, l’arma infallibile, magari l’esemplare unico, non si capacitano di quella prestazione.

È solo questione di razza. La scuola conta poco, se pure c’è stata, il fucile ancora meno. L’intelligenza comanda all’occhio, al polso, ai bersagli: che si disgregano docili, allegri. Non c’è angolo, non c’è direzione che tenga di fronte a quell’intelletto dall’accensione fulminea.

Spezzone di un film miracolosamente conservato, questo libretto ci mostra il giovane Sklovskij sulla pedana di una Pietroburgo bloccata: il lettore individuerà da sé i bersagli contro i quali lo scrittore indirizzava i suoi colpi. Dopo Sklovskij, da mezzo secolo, nessuno, in Russia, li ha centrati così bene. G.Z.

Prefazione a “La mossa del Cavallo” di Victor Sklovskij – Collana Dissensi – De Donato Ed. – 1967

Per Laura, che è nata nel 60

Quest’anno chi è nato nel 60, compie gli anni del suo millesimo. E per alcuni servirebbe il condizionale.

Tu, amore, ti sei defilata prima e l’ultimo compleanno l’hai soffiato a cinquantasei anni, e ora già ti vai trasformando in “qualcosa di ricco e di strano”, come direbbe Ariel, nell’universo e nei nostri cuori. C’è la vita oltre la morte!? Dico si. Ogni giorno gioisco e combatto di questa incomprensibile consapevolezza: ci sei, sei qui, non solo intorno, ma dentro, non solo pensata, ma attiva, non solo persa, ma viva.

Guarda che foto che è ricicciata (cit. RdC), siamo al Fenix, senz’altro un compleanno, una festa delle nostre, con gli amici a scaldarci e a bavardare. E tu qui sei splendente, con le tue mise sciacquette, di capi presi alla bancarella a “due lilleri” (il tasso di cambio con gli euro però non è mai stato determinato) ma hai le collane delle grandi occasioni, quelle di spago e nodi, di plastica colorata, di legnetti…

E mi guardi

Con quella piega del collo che ti fa la bocca storta (anche a te!) aperta all’indietro con quel gesto così tenero e così spavaldo, tutto tuo, che se lo rifaccio mi ti sento addosso e mi travolgi. E io ti fisso, con le mani in mano, qualcuno che ha cominciato una scena che non sa bene come continuare, che si è lanciato sul palco e poi ha scordato perché ci è salito, uno sfrontato, che con quello sguardo ritocca terra e trova appoggio, che con quello sguardo si completa e salva.

Mi piace parlarti, dirti quello che hai sempre saputo e informarti, così, senza parere, che quelle cose anche io le sentivo e se con te vicino non mi serviva esplicitarle, con te dentro mi si sono chiarite e ho rivissuto quello che eravamo e con pazienza, curiosità e dolore l’ho ricompreso e detto e ora lo scrivo, per gratitudine e segno di rispetto.

Perché essere stato tuo mi si rivela ogni giorno di più in un privilegio.

Io ti ho inseguito, si, ma chi si è sciolta sei tu, capelli e vita, sorriso e abbraccio, fiducia e amore. E quello che ne è nato è vivo e pulsa e splende e cresce e canta! una fortuna. Una gioia! Una luce che da quel pozzo nero in cui sparisti da troppo tempo ormai, si fa strada e rischiara e porta frutto e chiama a nuova vita. E, ancora, salva.

Ce lo diciamo con Clara, la splendente, la figlia foglia che ci unisce e tiene. Lei che ti sogna, che ti parla e che mi chiede la voce di sua madre, il suo consiglio. E mi guida a cercarti a ritrovare in me le tue parole il guardo tuo. E a porgerle con la voce di padre le cure di sua madre, a farmi ponte, per qualcosa che è suo e non può mancare e che così ci lega e ci rafforza e ci dà l’occasione di parlare. (parlo di me e di te, ma anche di lei!)

Insomma chiuderesti i sessant’anni, ma non invecchi e in più ti dai da fare, ci brilli dentro e mi indichi la strada, mi dai permessi, mi schiudi il cammino. Sei sempre e comunque la nostra “maestra di felicità”.

E Clara ti manda questo: leggo le parole di papà e come sempre, piango.

Ho perso il portafogli, e con esso il tuo post-it “A Clara, la mia figlia bella, il mio ragno di sole”, ho pianto in bici per strada all’idea di quel post-it lontano da me. Poi ieri ho trovato una tua lettera e un altro post-it, un altro minuscolo pezzetto di carta che racchiude un amore immenso. Ringrazio sempre di avermi regalato una famiglia in cui spago e carta simboleggiano amore eterno.

Ti voglio dire che c’è più pace in me quest’anno, sarà la cifra tonda, sarà che ho finalmente iniziato a cercarti nei miei toni e nelle mie mani, piuttosto che fuori. Papà ha iniziato prima di me e ora mi mostra un pezzetto della via, mi consola e ci divertiamo a trovarci negli stessi problemi a due età così diverse.

È il tuo compleanno, ma come sempre il regalo ce lo fai tu, amandoci, facendoci amare.

Dentro di me

Laura dolce, oggi ho avuto una splendida conferma: Sei con me! Mi sei dentro, ti sono intriso, ci siamo congiunti. Non mi stai accanto, è un’altra cosa. Siamo.

Non l’avevo capito bene, e ancora è una notizia dall’esterno, una cosa che mi è stata detta e che ho bisogno di tempo per assorbire. Ma quando l’ho sentita, improvvisamente ho pianto, e questo mi dice molto più che le parole.

Inoltre, sono giorni che ho tirato giù questa tua fotografia e che ti ammiro; dev’essere un Natale dai cugini, o forse no, che sei vestita di cotone e questo non torna, ma è fuori casa e secondo me la foto te l’ha scattata mamma e questo invece ha un significato grande.

La tua faccia in questa foto è splendida, non ridi e guardi altrove, ma sei assorta, segui una conversazione, sei a tuo agio con una bella collana di spaghi e nodi, e i tuoi cerchi leggeri a mettere un brillio nella massa scura dei capelli, quanti!, che sono lunghi e hanno quel bell’inizio di “argento rivendicato” per usare la perla di Gerardo.

Mi piace tutto di questa foto, lo scollo a barchetta della maglia, l’anellino che hai al dito (ma è la destra, cosa ti dovevi ricordare?) la mossa spettacolare con cui appoggi il viso alla mano e quella bocca socchiusa così espressiva e amata. Devo dire che il Bambino Gesù era dalla tua parte, e come ti ha ascoltato quando gli hai cantato “fammi crescere i denti davanti”! Sono sempre stati un tuo tratto caratteristico, un po’ conigliesco e che ti dà tanta, tanta luce.

E poi i tuoi occhi, mi strabiliano: belli, diretti e comunicativi, con cui mi hai ammaliato una volta e fulminato a centinaia. Beh, che ti devo dire, sono giorni che sposto qua e là la tua foto,  per tenerti vicina e sono giorni che ti voglio scrivere. E oggi è il momento, che c’è altro da dirti: non sei da sola!

Insieme a te, e tutta intera, che lo sai è sempre stata autonoma e indomita (come vi somigliate!) c’è mia madre Anna. L’ho sentito nel cuore, è così.

Ché papà ce l’ho a fianco e me lo ritrovo in come mi muovo nel mondo, se mi guardo le mani, se mi sento parlare.

Ma a te e a mamma è da un po’ che non vi vedevo e l’impressionante notizia che mi è arrivata è tutta qua. Vi siete andate a mettere dove è più facile avervi vicino, ma dove è impossibile avervi accanto: siete me, vivete dentro di me.